Maltrattamento: il processo di intervento p.1

scritto da: Dott.ssa Cacace | data: 12/09/2012 18:30:00 | 0 commenti

Prima fase: LA RILEVAZIONE

Il compito di essere attenti a eventuali segnali che possano indicare che un bambino è in pericolo, nel senso che versa in condizioni di rischio, o che già subisce un danno, perché maltrattato fisicamente, trascurato o, peggio ancora, abusato, è un compito di tutti i membri di una società civile, e in modo particolare di coloro che svolgono una funzione educativa, di istruzione, di assistenza sociale, di prevenzione e di cura.

La decisione di scrivere questo articolo nasce dalla constatazione che nella nostra società è all’ordine del giorno sentire sui mass media notizie confuse e non precise su segnalazioni di maltrattamenti intra ed extra famigliare (dentro e fuori dalla famiglia). Con queste mie parole vorrei provare a chiarire alcune tappe fondamentali e rispondere ad alcune domande che ognuno di noi si pone di fronte a fatti così eclatanti e sconvolgenti.

Una delle prime domande che mi sono sempre fatta, prima di studiare psicologia, è Perché i bambini non denunciano i propri genitori? La risposta potrebbe sembrare banale: essi sono strettamente vincolati agli adulti che si prendono cura di loro, e non riescono nemmeno a supporre che il comportamento di questi possa essere nocivo nei loro confronti.  Il bambino quando nasce è drammaticamente immaturo, tanto da non poter sopravvivere se non accudito da qualcuno, questo legame esclude la possibilità che il piccolo possa percepire la figura di attaccamento come cattiva, perché in quel caso se ne allontanerebbe condannandosi a morte sicura. Se comprendiamo questa modalità di funzionamento del bambino, capiamo allora perché sia fondamentale rilevare i casi sfortunati di bambini maltrattati, sia perché la soluzione drastica di allontanarli dalla loro famiglia non possa mai essere presa alla leggera, in quanto pur essendo un legame “malato”, è l’unico legame che il bambino ha instaurato e crearne uno nuovo “sano” non sarà comunque facile. Per questa ragione dobbiamo essere pronti a raccogliere segnali fisici o comportamentali, ma prima di tutto renderci conto che questi casi, purtroppo, esistono anche vicino a noi.

Esistono casi di denuncia da parte di minori nei confronti dei propri genitori, sono però casi che si verificano nel momento in cui il bambino/ragazzo ha compiuto esperienze di vita autonoma, come ad esempio una colonia estiva, che gli ha fatto testare la possibilità di poter vivere e sopravvivere anche separato dal genitore; oppure vi è la comparsa di un legame affettivo alternativo come il primo amore. Trasferendo il proprio legame di attaccamento verso un’altra persona spinge questi ragazzi a capire quanto fosse sbagliato il precedente e soprattutto capiscono che la sopravvivenza non è più il loro obiettivo: loro vogliono cominciare a vivere!

Dal lato opposto vi è un’altra domanda: Perché la famiglia maltrattante non chiede aiuto? Un’autodenuncia da parte del genitore maltrattante è un sogno che purtroppo si realizza quasi mai, o almeno è improbabile che si verifichi che un genitore vada alla polizia e dica tranquillamente “Io maltratto mio figlio”. È pur vero che ci sono numerosi casi in cui si ha la cosiddetta “richiesta d’aiuto mascherata” dove il genitore maltrattante si confida ad esempio con il proprio medico dichiarando di essere allo stremo delle forze o di aver paura di farcela più con il bambino che è troppo vivace. Vi sono però anche una serie di fattori che impediscono a questi genitori di chiedere aiuto: la vergogna, la paura del biasimo e della sanzione, l’incapacità socioculturale di pensare di poter essere aiutati da qualcuno che non siano loro stessi, la cattiva relazione passata con i servizi e così via. In alcuni casi ci troviamo di fronte a persone profondamente depresse, deliranti, che utilizzano alcool e droghe come tentativi auto terapeutici che non riescono a chiedere aiuto per sé, figuriamoci per i loro bambini che trascinano in un vortice buio benché li amino e non intendano far loro del male.

Nella maggior parte dei casi poi si instaura il cosiddetto gioco famigliare dove una serie di fattori intercorrono tra loro come storie di miseria ed emarginazione che si mescolano a storie infantili degli stessi genitori pervase da alcolismo o droghe.

Il primo passo da fare è quindi capire in modo approfondito la dinamica famigliare: cosa ha portato fino a quel punto? Tutto questo non porta sicuramente a giustificare quello che è stato perpetrato al bambino ma può essere una valida risorsa per capire il giusto modo di intervenire.

Se vuoi leggere la seconda parte dell'articolo "Il coinvolgimento dei genitori e la segnalazione" clicca qui

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